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In Italia 40.250 medici di famiglia, 2.200 in meno in 2 anni

Report di Cittadinanzattiva, mancano soprattutto nelle aree disagiate. Attese di 2 mesi per visite mediche urgenti

Un medico con lo stetoscopio al collo, in una immagine di archivio

Redazione Ansa

"Preoccupa la continua diminuzione del numero di medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta". I medici di medicina generale sono passati dai 42.428 del 2019 ai 40.250 del 2021, con una diminuzione di 2.178 e la maggior parte di loro ha oltre 25 anni di anzianità di servizio. Mentre i pediatri di libera scelta sono passati da 7.408 del 2019 al 7.022 del 2021, pari a 386 in meno. E' la denuncia contenuta nel Rapporto civico sulla Salute 2023, presentata al Ministero della Salute da Cittadinanzattiva.

La conseguenza, si legge nel report basato su dati Agenas e della Ragioneria dello Stato, "è l'aumento del rapporto tra queste fondamentali figure professionali ed il numero degli assistiti": ogni medico di famiglia assisteva in media 1.224 cittadini nel 2019, ma sono diventati 1.237 nel 2021. "Il problema - precisa all'ANSA Anna Lisa Mandorino, segretario generale di Cittadinanzattiva - è che spesso le mancanze di medici di famiglia sono concentrate in alcune zone più periferiche del paese, che abbiamo definito per questo Deserti Sanitari. In particolare, sono carenti, specialmente nelle zone a bassa densità abitativa o con condizioni geografiche disagiate, rurali e remote. Ma il problema sta iniziando a interessare anche le grandi città".
    In generale, si legge nel rapporto, "il trend in diminuzione riguarda tutto il personale del Servizio Sanitario Nazionale dal 2012 al 2017. Mentre è cresciuto in concomitanza con l'emergenza pandemica, durante la quale sono state utilizzate procedure straordinarie di reclutamento per il potenziamento delle reti di assistenza territoriale e dei reparti ospedalieri". Da infermieri a logopedisti passando per i radiologi, gli operatori della sanità pubblica sono scesi da 673.416 del 2012 a 647.062 del 2017 per poi risalire a 670.566 del 2021. 

Sulle lunghe attese in sanità "c'è un sistema confuso e oscuro, nel quale si mescolano le prime visite con i controlli, si chiudono le agende di prenotazione senza neppure darne motivazione, si creano rapporti poco chiari con i privati, i sistemi informatici non comunicano, i centralini non rispondono". La conseguenza è che, come segnalano i cittadini, "si aspetta anche due mesi per visite urgenti o due anni per una mammografia di screening", denuncia il report. Emerge inoltre come per le prime visite specialistiche in una Classe B (breve), da svolgersi entro 10 giorni i cittadini hanno atteso anche 60 giorni per la prima visita cardiologica, oncologica e pneumologica. Senza codice di priorità, si arrivano ad aspettare 360 giorni per una visita endocrinologica. Quanto ai tempi di attesa per visite specialistiche di controllo: una visita ginecologica con priorità U (urgente), da effettuare entro 72 ore è stata fissata dopo 60 giorni dalla richiesta. Per una visita di controllo cardiologica con priorità B (entro 10 giorni) i cittadini di giorni ne hanno aspettati 60. Una visita endocrinologica senza classe di priorità è stata fissata dopo 455 giorni, dopo 360 giorni una visita neurologica. Quanto alle prestazioni diagnostiche sono stati segnalati 150 giorni per una mammografia con priorità B , ovvero da svolgersi entro 10 giorni, e 730 giorni per una in categoria P (programmabile). Lo stesso vale per gli interventi chirurgici, da quelli per tumore dell'utero alle protesi d'anca. I cittadini, inoltre, "lamentano anche disfunzioni nei servizi di accesso e prenotazione, ad esempio determinati dal mancato rispetto dei codici di priorità, difficoltà a contattare il Cup, impossibilità a prenotare per liste d'attesa bloccate". La quasi totalità delle Regioni, infine, non ha recuperato le prestazioni in ritardo a causa della pandemia, e non tutte hanno utilizzato il fondo di 500 milioni stanziati ad hoc nel 2022: il Molise ha investito solo l'1,7% di quanto aveva a disposizione, la Sardegna il 26%, la Sicilia il 28%.
   

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