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"Un boato poi l'inferno", il ricordo di piazza Fontana

"Un boato poi l'inferno", il ricordo di piazza Fontana

Fortunato Zinni, dipendente della Bna si salvò per miracolo dalla strage

MILANO, 11 dicembre 2019, 14:42

Redazione ANSA

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Guido Giannettini e Franco Freda in una pausa di un 'udienza del processo per la strage di piazza Fontana, Catanzaro, 4 agosto 1977 - RIPRODUZIONE RISERVATA

Guido Giannettini e Franco Freda in una pausa di un 'udienza del processo per la strage di piazza Fontana, Catanzaro, 4 agosto 1977 - RIPRODUZIONE RISERVATA
Guido Giannettini e Franco Freda in una pausa di un 'udienza del processo per la strage di piazza Fontana, Catanzaro, 4 agosto 1977 - RIPRODUZIONE RISERVATA

 Fortunato Zinni quel giorno c'era e si salvò per miracolo. Aveva appena finito di 'sigillare' con un gesto della mano la contrattazione tra due agricoltori nel salone della Banca nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana intorno alle 16 e 30 del 12 dicembre del 1969, quando fu chiamato in un ufficio di sopra. Nell'ufficio si appoggiò alla vetrata e in quel momento scoppiò l'inferno. Era la bomba che uccise 17 persone e ne ferì più di 80 e che viene fatta coincidere con l'inizio della "Strategia della tensione". A 50 anni di distanza, con l'ANSA, Zinni ricostruisce meticolosamente, senza trascurare alcun dettaglio, nella banca che lo vide lavorare per oltre 30 anni, quel pomeriggio di morte e i giorni convulsi che seguirono.

"Lo spostamento d'aria mi gettò a terra - racconta - quando scesi nell'atrio era buio e sentivo i telefoni suonare all'impazzata. Risposi ed era la Questura che mi chiedeva se era scoppiata la caldaia. Risposi di no, che la caldaia era da un'altra parte e che sentivo l'odore di mandorle amare dell'esplosivo. L'agente mi chiese: cosa vede? Risposi: un pezzo di braccio". "Qualcuno mi si aggrappò ai pantaloni - prosegue - mi chiese aiuto, aveva una gamba maciullata. Qualche mese dopo si presentò una persona con un pacchetto. Dentro c'era la mia cinghia con la quale avevo cercato di fermare l'emorragia. Io non me lo ricordavo". Ricorda, invece, la tensione alle stelle nell'ufficio del direttore. Fu incaricato di redigere un'elenco delle vittime, lui che conosceva tutti. "Tornai nel salone, dove i corpi erano coperti, come se fossero lenzuola, da fogli di una macchina per scrivere Underwood Olivetti che aveva un carrello lungo 120 centimetri". Riuscì ad identificarne buona parte.
    "La mattina dopo ci sentimmo dire dal procuratore De Peppo che potevamo mettere a posto la banca perché stavano arrestando i colpevoli", conclude. Il primo fu il ballerino anarchico Pietro Valpreda, assolto dopo oltre tre anni di carcere, e la strage di Piazza Fontana, 50 anni dopo, dopo tre indagini e sette processi, non ha ancora ideatori, esecutori e mandanti. Fortunato Zinni, però, i suoi ricordi li ha cristallizzati in un libro "Piazza Fontana, nessuno è Stato" che diffonde nelle scuole, nel caso servano per avvicinare una verità che troppe volte è sembrata a portata di mano ma non fu mai raggiunta.

   

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